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Susanna Tamaro si racconta

La famosa scrittrice di “Va dove ti porta il cuore” Susanna Tamaro racconta per la prima volta in’un’intervista al Corriere della sera la sua vita convissuta con la Sindrome di Asperger. 

La Tamaro racconta di soffrire di questa difficile condizione che come dice lei, oramai è diventata sua sedia a rotelle invisibile; la prigione in cui ormai vive da anni.

La scrittrice decide poi di raccontare quello che accade dentro di lei in determinati momenti; quando l’ordine “apparecchiato” della sua mente si spezza. Susanna Tamaro spiega che basta un minimo rumore o un evento imprevisto che dentro di lei si scatena il disordine.

E con il disordine arriva anche la disperazione. Sbatte la testa contro il muro, e non capisce più nulla. Tutto in lei si fa buio e non sa più da che parte cominciare a rimettere tutto a posto. 

La scrittrice racconta poi che da piccola veniva vista come una bambina strana, prigioniera di una timidezza che non aveva vie d’uscita. All’epoca però i disturbi di questo tipo ancora non si conoscevano e Susanna quindi viveva in un mondo tutto suo.

Susanna ha avuto molte difficoltà ad accettare questa sua condizione, sopratutto perché si sentiva divisa a metà. Da un lato c’era la sua parte equilibrata, mentre dall’altra quella fiori controllo. 

“Tutta la vita ho lottato contro la complessità dei miei disturbi, contro gli enormi ostacoli che disseminavano — e continuano a disseminare — nei miei giorni. Per decenni mi sono colpevolizzata per non riuscire a essere come gli altri, per non essere in grado di affrontare cose che le altre persone consideravano normali” dice la Tamaro.

Poi quando aveva già trent’anni la scrittrice andò da uno psicanalista, che però non le ha dato modo di iniziare alcuna terapia perché la sua mente era estremamente lucida. 

Dieci anni dopo il disturbo si è però aggravato e la Tamaro ha iniziato a farsi visitare da diversi neurologi. Tutti loro le facevano domande a cui lei non sapeva rispondere, come per esempio perché le facessero paura i rumori oppure perché gli imprevisti la terrorizzassero. 

Per la donna, infatti, gesti normali come andare al ristorante o dormire in un albergo, venivano da lei percepiti come tanti piccoli Everest da scalare. Ma la scrittrice rivela anche che un modo per sopravvivere a questa condizione c’è, o meglio ognuno trova il suo.

Quello che a lei permette di sopravvivere alla fragilità dei suoi giorni è “Tutto ciò che è limitato, ripetitivo, stabile. Tutti i mondi in cui quello che accade è chiaro, senza possibilità di fraintendimenti”.

 

 

 

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