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Gravidanza protratta: cause e conseguenze

Si definisce gravidanza protratta la gestazione che si protrae oltre la 42esima settimana, o dopo i 294 giorni. In alcuni casi si può trattare di un errore di calcolo legato all’inadeguata definizione della data del parto, ma generalmente si ha a che fare con un effettivo prolungamento della gravidanza, le cui cause non sono ancora state individuate con certezza.

Tra i fattori di rischio vengono segnalati la predisposizione genetica, influenze ambientali e precedenti gravidanze protratte, che aumenterebbero il rischio del 30-40%, percentuale che invece si attesta generalmente al 10%.

Oggi non si attende più che la gravidanza segua il suo corso naturale, perché una gestazione più lunga del normale aumenta il rischio di morte del feto prima o dopo il parto. Se la gestazione si prolunga oltre la data del parto, infatti, si può verificare una riduzione del liquido amniotico e, in generale, una riduzione marcata sia degli scambi respiratori sia di quelli nutritivi tra madre e feto.

Il deterioramento della funzione placentare, infatti, condiziona una ridistribuzione della perfusione fetale, privilegiando il circolo a livello del cervello e del cuore e riducendolo quello degli altri organi, tra cui i reni, da qui la minor produzione di urina e quindi una quantità inferiore di liquido amniotico. L’urina fetale, infatti, contribuisce in maniera significativa al volume del liquido amniotico.

La situazione viene monitorata attraverso diversi esami specifici, come controllo cardiotocografico, controllo ecografico della quantità del liquido amniotico, test dell’ossitocina.

Le soluzioni operative sono due: induzione del travaglio o parto cesareo. Qualora si scegliesse la prima opzione, ogni tentativo di induzione deve essere attentamente valutato e monitorato fin dall’inizio del travaglio.

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