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Giuseppe Di Matteo, vittima della mafia a 12 anni

Siamo a Palermo nel 1993. Giuseppe Di Matteo all’epoca aveva 12 anni, e nel novembre di quell’anno fu rapito da un gruppo di criminali tra cui anche Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro. 

Il bambino fu rapito perché i malviventi volevano fermare a tutti i costi suo padre; ex mafioso divenuto poi collaboratore di giustizia. Giuseppe fu tenuto prigioniero per 799 giorni e poi purtroppo ucciso, e divenne anch’egli una piccola vittima della mafia. 

Il rapimento

Giuseppe nacque il 19 gennaio 1981, e venne rapito mentre si trovava presso un maneggio di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo. Secondo gli ordini di Gaspare Spatuzza che partecipò al rapimento, i rapitori del ragazzino si travestirono da poliziotti della DIA. Riuscirono quindi ad ingannare facilmente il bambino che aveva creduto di poter rivedere il padre; che in quel periodo si trovava sotto protezione lontano dalla Sicilia.

Il piccolo fu subito legato e lasciato nel cassone di un furgoncino prima di essere consegnato ai suoi effettivi carcerieri. Non appena la famiglia si accorse della scomparsa di Giuseppe cominciarono tutti a cercarlo negli ospedali cittadini senza ovviamente nessun esito.

I messaggi alla famiglia

Il 1° dicembre poi arrivò un messaggio con scritto “tappacci la bocca”. Il messaggio era anche accompagnato da due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993.

In quel momento fu chiaro che il rapimento aveva l’obbiettivo di di spingere Santino Di Matteo padre del bambino, a ritirare la sua confessione sulla Strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo

La scomparsa di Giuseppe fu denunciata il 14 dicembre 1993 dalla madre Francesca Castellese. La sera di quello stesso giorno, fu recapitato un nuovo messaggio, che stavolta però fu spedito a casa del nonno paterno di Giuseppe con scritto: “con scritto “Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie”.

L’omicidio

Durante tutto il 1994, il bambino venne spostato in varie prigioni, perlopiù nella zona del trapanese e dell’agrigentino. Di solito i luoghi prescelti erano masserie oppure edifici abbandonati. Nell’estate 1995 invece fu rinchiuso in un vano sotto il pavimento di una specie di casolare-bunker, che si trovava nelle campagne di San giuseppe Jato. Qui Giuseppe rimase per 180 giorni fino alla sua uccisione.

Santino De Matteo il padre di Giuseppe, sebbene ebbe un iniziale cedimento psicologico non si piegò mai al ricatto nonostante fosse preoccupato per la sorte del figlio. 

All’inizio Santino tentò di rintracciare il figlio con l’aiuto di Gioacchino La Barbera e Balduccio Di Maggio, anche loro collaboratori, poi però visto le ricerche infruttuose decise di cooperare con la giustizia.

L’11 gennaio 1996, Brusca apprese dalla televisione di essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di  Ignazio Salvo. Decide dunque di vendicarsi sul piccolo Giuseppe e ne ordina l’uccisione. 

Il ragazzo ormai molto dimagrito ed indebolito dalla lunga prigionia venne strangolato e dopo la morte il suo corpo venne sciolto nell’acido.

Le condanne

Gli esecutori materiali di questo efferato delitto furono Vincenzo Chiodo, Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo.

Per il rapimento e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo, oltre a Giovanni Brusca, nel 2012 furono condannati all’ergastolo anche altri 100 mafiosi  tra cui Leoluca Bagarella, Salvatore Benigno, Salvatore Bommarito, Luigi Giacalone, Francesco Giuliano, Giuseppe Graviano, Salvatore Grigoli, Matteo Messina Denaro, Michele Mercadante, Biagio Montalbano, Giuseppe Agrigento, Domenico Raccuglia e Gaspare Spatuzza

Il 18 marzo 2013 le condanne vennero confermate anche in appello. Ad inchiodarli fu il pentito  Gaspare Spatuzza, che nello stesso processo è stato condannato a 12 anni.

 

 

 

 

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