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In un intervento di fine marzo, la principessa giordana Haya Al Hussein ha lanciato il suo messaggio evidenziando come la fame nel mondo sia l’arma più forte in mano agli estremisti oltre a rappresentare l’altra drammatica faccia della guerra e dei conflitti in atto a livello globale.

La “Mappa della fame nel mondo” tracciata dal Wfp delle Nazioni Unite (Programma alimentare mondiale) coincide, a tutti gli effetti, con la mappa delle zone dove si combatte nel globo.

Il legame tra fame e guerra è forte e imprescindibile: la guerra provoca fame, la fame causa conflitti.

L’essere umano combatte per il cibo mentre i belligeranti ed i terroristi lo sfruttano come arma di guerra e come mezzo per attirare a sé nuovi seguaci.

La Fao, nel suo rapporto di fine anno 2016, dichiarava che le guerre civili sono la causa numero uno dell’insicurezza alimentare: su 39 Paesi, 21 non ha sufficiente accesso al cibo.

 

La fame nel mondo: conflitti e ricatto terroristico

Paesi come Siria, Sud Sudan, Libia, Somalia vivono nell’inferno di fame e guerra.

Sono Paesi sull’orlo della carestia come lo Yemen e la Nigeria.

La fame nel mondo, in certe aree, è l’arma peggiore nelle mani dei terroristi per piegare intere popolazioni: Al Shabaab (affiliata di Al Qaeda) ha bloccato l’invio di aiuti umanitari in alcune zone della Somalia mentre in Siria (teatro di conflitto da 6 anni) la fame in cui sono costrette le persone servono per assoggettarle ancora di più, nei graffiti di zone distrutte si legge “Inginocchiati o muori di fame”.

La gente sarebbe disposta ad uccidere pur di sfamare i figli e, in questo clima di disperazione e panico, i terroristi reclutano killer forzati da famiglie a cui promettono scorte di cibo.

La fame in tempi di guerra è uno strumento per ricattare la gente, non è solo un affare umanitario ma un allarmante problema di sicurezza.

Tutto questo ha dichiarato la principessa giordana Haya Al Hussein, messaggera di pace oNU e fondatrice della Ong Tikiyet Um Ali.

 

Fame in Africa: 30 milioni di persone in emergenza

Allo scoccare del 50° anniversario della Carestia del Biafra, si segnala un’emergenza gravissima e senza precedenti in ampie zone dell’Africa Centro Orientale: in Sud Sudan, in Corno d’Africa e nel bacino del Lago Chad, 30 milioni di persone non hanno abbastanza cibo ed acqua per sopravvivere e 1,5 milioni di bambini sono ad imminente rischio di morte. E’ la peggiore crisi dalla Seconda Guerra Mondiale.

In Corno d’Africa – come pure in Kenya, l’Etiopia e Sud Sudan – il passaggio di El Niño ha portato siccità, il decesso dell’80% di bestiame, la principale fonte di sopravvivenza della zona, la terra ha smesso di dare i suoi frutti.

In Somalia, sono 6,2 milioni le persone bisognose di interventi urgenti, aumentano i casi di colera; in Kenya sono 5,6 milioni le persone che hanno bisogno di aiuto urgente (nei prossimi 3 mesi) per emergenza alimentare; in Sud Sudan è ufficiale lo stato di carestia, 4,9 milioni di persone rischia di morire di fame.

Nei pressi del lago Chad (Nigeria, Niger, Chad e Camerun sono in emergenza 10,7 milioni di persone.

Si tratta dei Paesi da cui provengono una larga parte di profughi diretti in Europa.

 

Fame nel mondo e allarme clima

La fame nel mondo è strettamente legata ai conflitti nel mondo ma il problema allarmante è anche un altro: il clima.

La Fondazione Barilla, nel recente documento trimestrale Food Sustainability Report, afferma che la Terra, ogni anno, perde una superficie agricola ampia quanto l’Italia.

La Terra sta esaurendo il terreno coltivabile più volte sfruttato, soggetto ad erosione e supersfruttamento e, per cercare nuove terre, si effettuano vaste deforestazioni nel mondo.

Nel rapporto emerge qualcosa di paradossale: le coltivazioni aumentano insieme a fame e carestia.

Viene sfruttato il 40% della superficie terrestre in attività agricole e zootecniche, ma il 30% dei terreni coltivabili, negli ultimi 40 anni, è diventato improduttivo.

In molti Paesi, i problemi legati alla qualità del suolo coinvolgono la metà delle terre coltivate (soprattutto nell’Africa Sub-Sahariana, nel Sud-Est asiatico, in America del Sud, in Nord Europa).

Dal rapporto emerge anche che i Paesi più bisognosi di terra e risorse idriche hanno meno disponibilità di terra coltivata (quella che hanno è, oltretutto, meno adatta alla coltivazione) rispetto ai Paesi più ad alto reddito. A questo si aggiunge la crescente pressione demografica.

Anche la Fondazione Barilla ha denunciato l’imminenza della peggiore carestia nel mondo (dalla nascita delle Nazioni Unite) con 20 milioni di persone che rischiano a breve di morire di fame.

 

Rapporto Globale su emergenze alimentari e sicurezza globale: a rischio 108 milioni di persone

Dal 2015 al 2016 le persone che rischiano di morire di fame sono aumentate passando da 80 a 108 milioni secondo una recente stima dell’Unione Europea e del “Global Report on Food crises 2017” a cura di CCAPS.

Tutto questo anche a causa della drammatica difficoltà di accesso al cibo per via dei conflitti civili (con un aumento della violenza del 75%) che fanno salire i prezzi dei generi alimentari alle stelle nei mercati locali, ma anche a causa dei gravi cambiamenti meteorologici derivanti da El Niño.

Resta il fatto che, per 9 Paesi su 10, la crisi più grave in termini di emergenze alimentari coincide con le guerre civili in atto.

Ne deriva, per contrasto, che esiste una forte interrelazione tra pace e sicurezza alimentare.

L’Unione Europea a fronte della fame nel mondo ha stanziato, solo nel 2016, 150 milioni di euro e si appresta ad investirne 65 milioni a favore del Corno d’Africa e di 4 Paesi a grave rischio: Sud Sudan, Somalia, Yemen e Nigeria oltre a Siria, Malawi, Zimbabwe.

Dal “Global Report on Food crises 2017” a cura di CCAPS ma anche dal “Global food security for peace and prosperity” a cura del Chicago Council on Global Affairs emerge il grave problema delle migrazioni di massa da Medio Oriente e Nord Africa e il dovere da parte della leadership americana di intervenire per mitigare i gravi rischi legati alle emergenze alimentari ed alla sicurezza globale.

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