La calza dei morti: un’antica usanza

Siamo abituati a sentir parlare di calze in legame all’Epifania, quando i bambini (e spesso anche i più grandicelli) le ricevono pieni di dolci e carbone (se hanno fatto da monelli).

In Puglia, invece, soprattutto a Foggia, la tradizione vuole che la calza si regali a novembre, in occasione della commemorazione dei defunti.

Tale usanza ha radici remote. Secondo gli antichi, infatti, l’arco di tempo che trascorre tra la notte di Ognissanti e quello della befana è considerato come un tempo in cui i morti ci vengono a far visita: il primo Novembre entrano nel mondo dei vivi e il giorno dell’Epifania ritornano nel regno dei morti.

L’autunno, stagione in cui la natura si prepara a morire, diventa così lo specchio di ciò che avviene nell’uomo. Le foglie che cadono, i colori che si fanno più scuri, le giornate che si accorciano, venivano visti come presagio di morte.

È da queste credenze che sono nati svariati rituali, tra cui, appunto, la calza dei morti. Essa viene intesa come un regalo che i morti fanno ai vivi: così come accadeva quando erano in vita, si recano dai parenti portando dei doni.

Sono soprattutto i bambini i principali destinatari, perché è pensiero comune che sia a loro che i defunti lasciano il testimone.

Sia la scelta della calza che del suo contenuto hanno significati ben precisi. Perché proprio la calza? Il piede è la parte del corpo che è a contatto diretto con la terra, il luogo dove vengono sepolti i morti. Da qui l’usanza di schiacciare la terra dopo la sepoltura: è un gesto che, nella credenza popolare, rafforza il legame tra l’arto e il defunto.

Anticamente la calza veniva riempita con prodotti di stagione: castagne, mele cotogne, carrube, arance e frutta di secca. Un contenuto che era portatore di un determinato significato: rappresentava la chiusura del ciclo naturale.

Successivamente si è iniziato a utilizzare i dolci.

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