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La storia di Ania Golędzinowska

“La mia vita è la vita di tantissime altre persone, persone che si sentono sole, incomprese, abbandonate, infelici, persone che hanno un sogno ma che finiscono a credere che non meritano di sognare.” Chi parla è Ania Golędzinowska, una donna di 31 anni che ha dato un senso alla sua esistenza abbracciando la fede.

Dopo un passato di sregolatezza e violenza, è riuscita a voltare pagina e si è rifugiata in una comunità mariana a Medjugorje, dove vive tutt’ora. Ha raccontato la sua esperienza nel libro “Con occhi di bambina”.

“Esiste un mondo che noi molte volte facciamo finta di non vedere; ci accorgiamo di questo mondo solo quando troviamo tracce di vomito sulle strade o di sangue, invece bisognerebbe accorgersene prima – afferma Ania -. È un mondo di ragazzi ubriachi, di droga, molti sono morti agli angoli delle strade, famiglie distrutte, omicidi, anche in famiglia, ragazzi soli dei quali nessuno si cura e sembrano fantasmi ancora prima di morire.”

Lei era uno di questi ragazzi. “Per me non esistevano regole, fin da piccola ero cresciuta in Polonia da sola, con la mamma assente e il papà sempre ubriaco – racconta –. Il ragazzo a cui ho dato il primo bacio, dopo qualche anno ha ucciso di botte una ragazzina e l’ha gettata in un cassonetto della spazzatura.” Questa è la realtà in cui è cresciuta “una realtà fatta di abusi, droga, violenza, tentato suicidio, sequestro di persona, fuga in Italia, sogno di una vita migliore, il mondo dello spettacolo, i soldi, e di nuovo la droga.”

Ma poi è arrivato il viaggio a Medjugorje “questo viaggio, il mio primo viaggio, mi ha sconvolto letteralmente la vita. Tornata a Milano non uscivo più di casa, ero in crisi, andavo in depressione. Quella non era più la mia vita, anzi, non lo è mai stata.”

Finché un giorno ha preso la decisione che nessuno si sarebbe mai aspettato: ha portato con sé lo stretto necessario, ha staccato ogni contatto con il resto del mondo ed è partita per Medjugorje. “Mi sono rifugiata in una comunità mariana che mi ha accolto come loro figlia. Non mi sono ma sentita così amata.”

In questa comunità si dedica a mansioni semplici come pulire le stanze, pelare le patate, dare da mangiare alle galline, azioni che fanno di lei una persona felice, nonostante le continue email di conoscenti che le dicono che quella non è la vita che fa per lei.

“Mi hanno dato della pazza. Se essere pazzi significa svegliarsi la mattina, pregare, amare il prossimo senza un tornaconto, pelare le patate, io voglio essere pazza.”

Nella comunità ha trovato amici veri, ha conosciuto famiglie unite, che si vogliono bene, realtà con cui, purtroppo, non aveva mai avuto a che fare. E poi “ho conosciuto l’amore di Dio e quando conosci l’amore di Dio nient’altro al mondo ti può dare questa felicità e serenità che io ho adesso dentro.”

Ora l’unica sua droga “è la preghiera, è l’amore di Dio. Tutto qui. Spero che anche voi un giorno possiate provare questa bellissima sensazione che provo in me.”

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