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L’intercettazione, l’ ascolto delle comunicazioni a distanza è tra gli strumenti di indagine più efficaci e le sue origini si fanno risalire al 1870 circa.
In quel periodo la Polizia inizia a intercettare i telegrammi (il telefono non era ancora diffuso) collegandosi alle linee telegrafiche.

Dopo pochi anni, nel 1903, la rete telefonica di Roma contava già qualche centinaio di utenti, prevalentemente professionisti, politici, uffici pubblici e grandi negozi.
L’apparecchio era costituito solo da cornetta e microfono; per collegarsi con un utente l’abbonato si rivolgeva alla centrale telefonica, dove l’operatore provvedeva a collegare la sua linea con quella richiesta tramite i relativi spinotti.

Dovendo intervenire in caso di disturbi e inconvenienti, il centralinista monitorava la qualità della comunicazione ascoltandone brevissimi tratti con le proprie cuffie.
Fu proprio in quell’anno che un “ascolto” autorizzato attirò l’attenzione di un centralinista; durante una conversazione un ministro aveva raccomandato alla moglie di vendere e comprare alcuni titoli di borsa; l’indomani, a causa di una nuova legge in via di approvazione, le azioni avrebbero subito importanti varia-zioni.

Informato del fatto, il presidente del consiglio Giovanni Giolitti decise di impiegare sistematicamente l’intercettazione telefonica che, presto, diventò un metodo di indagine che ridisegnò le prassi investigative, tanto da entrare, dopo pochi anni, nelle aule dei tribunali. Notizie tratte dal libro di Giulio Quintavalli, “Da sbirro a investigatore. Polizia e investigazione dall’Italia liberale alla Grande guerra”. Aviani Editori

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