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Molte mamme si lamentano di aver subito ,in sala parto,violenza dalle varie ostetriche, sia psicologica che fisica:

«Mi ha rasato per l’episiotomia. L’ho capito da sola, ma l’ostetrica non mi ha chiesto se fossi d’accordo, non mi ha spiegato perché lo stesse facendo. Gliel’ho domandato io: mi ha risposto seccamente, frettolosamente, che era necessaria. Io non avevo la forza di ribattere». Questa la dichiarazione di una mamma al portale vanityfair.

Su 100 donne che sono state intervistate, 6 dichiarano di non volere il secondo figlo perché sono state traumatizzate dal primo parto.

Due ostetriche, Anna Maria Rossetti, responsabile didattica della scuola di arte ostetrica di Firenze Seao, e Olga Bottazzi, che opera in Campania con la cooperativa sociale La Tempra, aiutano le signore in difficoltà. Ambedue hanno testimoniato che la violenza ostetrica sussiste veramente, e che le mamme che la comunicano hanno ragione.

 «Si tratta –dice Rossetti – di un problema reale, già segnalato dall’Oms. In Venezuela la violenza ostetrica è stata inserita nel codice penale già dal 2004: non credo che in Italia sia necessario, ma riconoscerla e affrontarla è un dovere di tutti. È causata da molti fattori: sicuramente la carenza di personale che impedisce alle ostetriche di seguire con la dovuta attenzione una paziente per volta, ma è anche un problema culturale».

«E se sono inutili, possono diventare anche psicologicamente dannose – spiega. Da decenni l’Oms stabilisce che la figura più adatta per seguire dall’inizio una gravidanza, il parto e tutto il primo anno di vita del bambino sia l’ostetrica, che dovrebbe essere formata per mettere le famiglie al centro delle scelte: questo metodo riduce i traumi e anche le denunce. Ma spesso gli ospedali italiani hanno problemi di carenza di organico».

Violenze in sala parto

Per violenza ostetrica, ci riferiamo a gesti e atteggiamenti che subiscono le mamme in sala parto e queste sono da classificare con atti nocivi.

Ecco quello che dice l’ostetrica Rossetti: «Il livello di assistenza ostetrica erogata nei vari Paesi è proporzionale al ruolo che le donne hanno nella società. Spesso, in Italia, i professionisti si approcciano all’intimità in modo irrispettoso, e così veicolano quello che è il loro retro pensiero culturale. Mi è capitato, da tirocinante, di essere incoraggiata a non chiedere consensi alle donne, magari perché straniere, magari perché in camice ci si sente autorizzati a fare tutto. E, spesso, ho sentito medici che, al momento di suturare l’episiotomia, guardando sornioni il marito della paziente, dicevano: “Un punto in più glielo diamo?”».

Anna Maria Rossetti continua dicendo che l’Italia vi sono più di tagli cesarei. «Più si “medicalizza” la gravidanza, più diventa difficile il parto naturale, che risponde sempre all’ambiente in cui avviene. L’ospedale prevede protocolli e tempistiche, e magari bisogna fare in fretta, magari manca il personale: tutto questo incide sui processi fisiologici. A volte il cesareo diventa necessario, ma perché è l’ambiente stesso a renderlo tale. La donna viene “disturbata” in un processo naturale, e non riesce a portarlo avanti».

«Per non partorire spontaneamente ci dovrebbe essere un rapporto “one to one” fra ostetrica paziente – ci chiarisce Olga Bottazzi -. Ogni donna dovrebbe essere seguita e accompagnata da una professionista. Ma così spesso, in Italia, e soprattutto al sud, c’è carenza di personale ostetrico e qualificato. Magari solo una ostetrica è di turno, e deve seguire quattro donne in travaglio: possono sfuggirle cose importanti, deve fare in fretta». Ventisette donne in un’intervista, hanno dichiarano di essersi sentite seguite solo in parte dall’equipe medica, mentre il 6% delle mamme ribadisce di essersi sentita sola durante il parto, senza l’assistenza necessaria.

Tante donne nel momento del parto hanno subito l’episiotomia, il taglio della vagina e del perineo per ampliare il canale del parto. «Viene praticata – dice Bottazzi – perché alcuni ginecologi ritengono che un’apertura maggiore possa evitare complicanze come la distocia di spalla. O che sia preferibile rispetto a una grossa lacerazione più complessa da suturare, da cui può uscire molto sangue e i cui lembi sono irregolari. Ma non c’è nessuna evidenza scientifica che ne dimostri l’utilità in questi casi. Certo, in una situazione di sofferenza acuta, bisogna fare in modo che il bimbo nasca prima possibile, ma se la gravidanza è fisiologica, non è necessario nessun tipo di taglio.

Varie neomamme hanno anche detto che mentre si trovavano in ospedale non hanno avuto un attimo di riservatezza. «Ed è proprio così. Spesso succede perché, ad esempio, la sala travaglio sia occupata e la paziente venga visitata nella stessa stanza dove si trova anche un’altra donna. Ma soprattutto molte manovre invasive potrebbero anche essere evitate –dice la signora Bottazzi -. Non serve visitare di continuo le future mamme, sottoporle a esplorazioni vaginali troppo spesso: una professionista può ottenere molte informazioni sulle fasi del parto anche leggendo il linguaggio corporeo della donna. Il protocollo australiano prevede una visita ogni 3 o 4 ore, in Italia invece si deve seguire un partogramma, che a mio avviso è una forma di violenza, però tutela il personale».

 Dodici donne su 100 asseriscono che è stata negata a una loro persona di fiducia la possibilità di rimanere loro accanto durante il travaglio. Invece, secondo Bottazzi, sarebbe fondamentale: «Ma alle volte non viene concesso per mancanza di spazio, o forse anche per evitare che occhi indiscreti possano osservare troppo da vicino il parto e, eventualmente, fare denunce più o meno opportune».

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