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Chi sono gli analfabeti funzionali? Fino a che punto l’analfabetismo funzionale o ‘di ritorno’ può contribuire alla diffusione di bufale su Internet?

L’analfabeta funzionale ha avuto accesso all’istruzione, sa leggere e scrivere ma, col passare del tempo, perde le conoscenze acquisite e non è più in grado di usarle per comprendere pienamente ciò che legge o la realtà che lo circonda o per esprimere il proprio pensiero in modo corretto.

In due parole, non riesce ad elaborare ed utilizzare le informazioni contenute in testi molto semplici: li legge ma non li capisce.

Come ha riferito Friedrich Huebler, uno dei massimi esperti di alfabetizzazione, “senza pratica, le capacità legate all’alfabetizzazione possono essere perse anno dopo anno”.

Insomma, analfabeti funzionali non si nasce ma si diventa.

Il rapporto Piaac-Ocse definisce analfabeta funzionale chi è più incline a credere a tutto ciò che legge in maniera acritica.

 

Identikit degli analfabeti funzionali in Italia

Sono i dati raccolti dall’Osservatorio Isfol nel testo “I low skilled in Italia” a tracciare l’identikit dell’analfabeta funzionale tipo del nostro Paese.

Il 10% è disoccupato, fa lavori di routine, manuali, non qualificati, è poco istruito e privo di competenze specifiche, utili per la vita di tutti i giorni ed in campo lavorativo.

Uno su tre ha superato i 55 anni oppure è giovanissimo (tra i 18 ed i 24 anni), vive con i genitori senza studiare né lavorare.

Poco più della metà degli analfabeti funzionali sono uomini e, in gran parte, abitano il Sud e il Nord Ovest della Penisola.

 

Europa: l’Italia penultima dopo la Turchia

In Europa, l’Italia è penultima in classifica ed ha la più alta percentuale di analfabeti funzionali (o cosiddetti low skilled) dopo la Turchia: il 70% degli italiani, con età compresa tra i 16 ed i 65 anni, dimostra di non saper comprendere un testo semplice, di eseguire facilmente un calcolo semplice. Questa percentuale evidenzia il tasso di low performer a bassi livelli di competenza nel nostro Paese.

Il distacco con gli altri Paesi europei è notevole se consideriamo il 20% di analfabeti funzionali in Inghilterra ed il 10% nei Paesi nordici.

A livello mondiale, l’Italia risulta quartultima rispetto ai Paesi analizzati dall’Ocse.

Questi dati sono stati forniti dall’indagine Piaac.

 

Gli analfabeti funzionali e le bufale

La facile diffusione di bufale in Italia può essere spiegata collegando il fenomeno proprio all’analfabetismo funzionale di cui soffre il 70% degli italiani.

Gli analfabeti funzionali non comprendono appieno ciò che leggono e, di conseguenza, non perdono tempo neanche a verificare le fake news, a ricercare la fonte della notizia, non si fanno domande e, peggio ancora, diffondono e condividono bufale creando la tradizionale catena di Sant’Antonio.

Per l’occasione, non molto tempo fa, Enrico Mentana ha definito l’analfabeta funzionale che si affaccia nel mondo dei social network e dei linguaggi associati alle nuove tecnologie coniando un nuovo termine: webete.

Un’altra voce autorevole, Umberto Eco, affermò nel 2015: “ “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”.

 

Come rimediare?

Basterebbe tornare tra i banchi di scuola da adulti? O tornare attivi nel mondo del lavoro?

Pare di no, ciò che salva dall’analfabetismo funzionale è svolgere specifiche attività, le ‘skilled occupations’ (professioni intellettuali, tecniche e scientifiche), in grado di mantenere allenata la mente, di sviluppare capacità e conoscenze.

Coltivare specifiche competenze è la chiave di tutto, l’unico modo per scongiurare l’analfabetismo funzionale, ma la realtà non è così semplice: tra i punti deboli in Italia ritroviamo la mancanza di formazione sul lavoro, il lavoro nero e precario, l’abbandono scolastico precoce.

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